Creativity Day 2017: le professioni di domani, raccontate dai protagonisti di oggi

No, non sono pazzo. So bene di avere usato come titolo di questo articolo la headline che riassume la collana Professioni Digitali che dirigo con orgoglio. Avevamo pensato a questa breve frase prima del lancio del progetto, all’inizio del 2016, insieme a Angelo, Francesca, Misa e Stefano di FrancoAngeli. Diverse proposte avevano portato a questa soluzione linguistica finale, che aveva convinto tutti. Perché ci aveva convinto? Perché in poche righe condensava l’anima di un intero progetto, che nel tempo si comporrà di decine di volumi e che ha l’obiettivo di diffondere davvero la cultura digitale in Italia. LEGGI ANCHE: Il Digitale è morto. Lunga vita al Digitale! #ProfessioniDigitali Al Creativity Day 2017, abbiamo parlato di futuro L’ “avere parlato” si ricollega al passato, mentre la parola “futuro” va nella direzione opposta. Ecco perché ho scelto di riprendere la (fortunata) headline della collana per descrivere ciò che ho avuto la fortuna di vivere nell’edizione reggiana del Creativity Day 2017. 300+ persone riunite nel più importante e storico evento legato alla creatività in Italia: decine di speaker provenienti anche dal resto del mondo – penso a Paulo Rodriguez di Dropbox – hanno trattato per una giornata di lavori e professionalità del futuro. Sempre una bella esperienza il Creativity Day ❤️ #cday17 pic.twitter.com/Onu8WoGhAH — cristina carrano (@cristinacarrano) 29 settembre 2017 Non solo non siamo mancati, ma ho anche avuto l’onore di partecipare su più interventi e insieme ad altri colleghi Autori della Collana. In particolare: Insieme a Francesco Gavatorta, Alessandro Giaume e Stefano Schiavo, abbiamo curato il keynote speech dell’evento. Abbiamo cercato di sfatare alcuni miti che aleggiano da tempo riguardo al pericolo che i robot e le macchine ci ruberanno il lavoro. I robot non ci ruberanno nulla, siamo noi a decidere se e quando attivarli. Al massimo, ci aiuteranno nella quotidianità o ci sostituiranno in relazione a specifiche mansioni a minore valore aggiunto. Ne abbiamo approfittato per due focus su due universi professionali di grande appeal e portata innovativa: quello del Data Scientist e il secondo del Maker. Se sei molto curioso, a questo link trovi una breve intervista YouTube sull’intervento. Si parla di Jobless Society con @AlbertoMaestri e i suoi ospiti: @StefanoSchiavo Alessandro Giaume e @fRa_gAv #cday17 pic.twitter.com/4xb11XMDHg — 47DECK (@47Deck) 29 settembre 2017 Keynote di apertura del @CreativityDay w/ @fRa_gAv, @alegiaume e @StefanoSchiavo sulle #ProfessioniDigitali. https://t.co/BWeeb6GxG2 #cday17 pic.twitter.com/nSBAErtPVh — Alberto Maestri® (@AlbertoMaestri) 29 settembre 2017 Sempre con Francesco Gavatorta, abbiamo poi approfondito il tema del Personal Storytelling e della Customer Experience applicati alla narrazione personale e professionale del sé. Un esperimento che speriamo sia piaciuto al pubblico. La recentissima pubblicazione degli omonimi libri “Personal Storytelling” e “Customer Experience Design” ci ha aiutato non poco 😉 E ora? #Cday17 @ Milano! Sì, ci siamo ritrovati. E divertiti. Non parleremo anche all’edizione milanese dell’evento (18 ottobre @ Palazzo delle Stelline), ma ti consiglio di andare: parlerai davvero con i professionisti di oggi, a proposito dei lavori di domani. #cday17 #ProfessioniDigitali  

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Il Digitale è morto. Lunga vita al Digitale! #ProfessioniDigitali

Liquid expectations, mobile mind shift, digital darwinism, digital narcissism, micro-moments sono tutti concetti nuovi – o almeno recenti – e di ampia portata, che sottolineano l’impatto della rete nella quotidianità delle persone. Propongo due esempi riprendendo altrettante parole-chiave menzionate: Liquid Expectations, termine che indica la dinamica per cui lo standard – di velocità, di ubiquità, di pertinenza, etc. – definito dal mondo digitale si “sposta” nella percezione dei pubblici anche a business non necessariamente nativi digitali. In altri termini, l’app mobile della gelateria sotto casa deve funzionare esattamente come l’app mobile Facebook in termini di UX, CX, UI. I business full digital stanno quindi definendo nuovi benchmark che oltrepassano i tradizionali confini settoriali. Digital Darwinism, idea coniata dal futurologo di Altimeter | A Prophet Company Brian Solis (a proposito, leggi alcune delle professioni del futuro che lo stesso Solis ha ipotizzato, tra il serio e il faceto), sta a indicare un nuovo contesto dove le marche – tutte le marche – non riescono più a stare al passo delle persone per via dei media digitali e delle tecnologie di rottura. Insomma, gli analisti e i professionisti sostengono ormai da tempo che viviamo in un mondo impregnato di digitale. Tanto che sono in molti a sostenere la completa inutilità di parlare ancora di digitale, in quanto paradigma che permea qualsiasi cosa, relazione, interazione. Da qui, il gioco di parole nel titolo dell’articolo che stai leggendo, iniziato da una domanda che mi sono posto: è davvero così? CX rotte, inefficienze, ritardi: welcome to the Real World A mio (ma penso anche a tuo!) avviso, la realtà è molto diversa: viviamo continuamente esperienze digitali negative (a proposito e se il tema ti interessa, hai letto il mio ultimo libro dedicato al Customer Experience Design?), fatte di interruzioni pubblicitarie e rallentamenti nel caricamento di contenuti, di moltiplicazione di inutili contenuti (hai già sentito parlare di content caos?) e di “strilli” disturbatori da parte di brand e aziende. Tutti segnali che portano a una sola conclusione realistica: è sbagliato parlare di digitale come di qualcosa di morto (perché ormai onnipresente), è giusto parlare di digitale come di qualcosa che è simbolicamente ai suoi primi passi. From grave to cradle, parafrasando un modo di dire caro agli studiosi di Economia Green! Lunga vita al digitale! Un bambino o una bambina ai primi passi sono goffi, imbranati, instabili, insicuri. Pensaci bene: non è esattamente questa la realtà che spesso esperiamo del digitale? Servono quindi linee guida e toolkit il più possibile validi e aggiornati su come questi possano muoversi in modo virtuoso e aggraziato, al fine di fare molta strada. Due nuovi fiocchi per Professioni Digitali! Questa è la ragione per cui, insieme con tutto il dream team FrancoAngeli, non abbiamo tentennato un momento sul nome da dare alle nuove uscite della collana Professioni Digitali: #DigitalCopywriter e #DigitalFundraiser! Sono belli e colorati, vero? E anche molto interessanti, posso assicurartelo da Direttore di Collana e onorato beta reader! Digital Copywriter è stato scritto da Diego Fontana. Diego è la persona ideale per scrivere un libro così: da figura creativa Senior occupata nel mondo delle Grandi Agenzie in un tempo pre-web, ha capito subito la potenza dell’ondata della rete ed è “corso ai ripari”. Prima, lavorando come Content Designer per un’agenzia di Content Marketing molto forte; poi, fondando la propria società con un nome che richiama le origini di tutto: TERRA. E il libro rispecchia esattamente il suo percorso: per tutti noi di FrancoAngeli Digitale, una soddisfazione immensa. Digital Fundraiser l’ha invece scritto Elena Zanella, probabilmente la principale figura di riferimento per chi si occupa di questi temi in Italia (e non solo). Elena era partita con un’altra opera in testa, e l’incontro con la collana l’ha stimolata a rimettere in gioco diversi contenuti e a dare un taglio diverso al risultato finale. Il suo entusiasmo è stato pazzesco, così come la qualità dei contenuti che leggerai appena acquisterai il volume. Vuoi il mio parere? #Digital Copywriter e #Digital Fundraiser sono esattamente quello che ci voleva in libreria, preziosi per aiutare a sbarazzarci davvero della parola “digitale” appiccicata sulle cose, prima o poi. Prima di allora, lunga vita al Digitale! E dopo:  #PersonalStorytelling (F. Gavatorta e A. Bettini) #DigitalEntrepreneur (E. Zaccone) #SocialRecruiter (A. Martini e S. Zanella) #Maker (S. Schiavo) #DataScientist (A. Giaume) corriamo tutti in libreria. Ancora. #ProfessioniDigitali

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Emoji Translator, Chatbot Coach e Robot Psychologist: saranno queste le Professioni del Futuro?

Quali saranno le professioni di domani, in questo clima di grande incertezza e forte impatto delle tecnologie di rottura? Questo si domandano da tempo istituzioni, organizzazioni nazionali e internazionali, analisti, funzioni HR di aziende di ogni dimensione.  Una domanda non banale, perché alla base sta una svolta dell’intera società e del funzionamento del sistema economico. Porsela, e soprattutto cercare di rispondervi, diventa quindi non solo lecito ma necessario. Le statistiche del World Economic Forum parlano chiaro: per via dell’AI, delle nanotecnologie, della robotica, verranno persi 5 milioni di posti di lavoro prima del 2020, mentre 2,1 milioni saranno le opportunità create nello stesso momento. Il rischio da evitare è quello di comparare “mele con pere”: ovvero, non è possibile semplicemente compiere la sottrazione 5 – 2.1 = 2.9 (il numero di posti persi da una prospettiva meramente quantitativa) e iniziare la caccia alla strega (in questo caso rappresentata dal paradigma della Industry 4.0); piuttosto, è necessario essere consapevoli che si tratterà di lavori totalmente nuovi. Quasi certamente a maggiore valore aggiunto. Quasi certamente capaci di avere un impatto più deciso sulla società e l’economia. E così via. LEGGI ANCHE: L’intervista di Emanuela Zaccone a Klaus Schwab su startup, imprenditoria, talento e futuro Una provocazione verosimile? Già, si tratta proprio di questo: sto parlando della lista creata da Brian Solis sul tema delle professioni del futuro presentata nell’immagine di copertina. Professioni folli, vero? A prima vista sì, in realtà non del tutto. Porto 3 esempi. Diversi studi provano come quello composto da emoji sia il primo linguaggio potenzialmente universale, ovvero conosciuto e comprensibile da tutti. Nel numero cartaceo di Ferragosto, The Daily Telegraph ha proposto un articolo che sollevava indirettamente il bisogno imminente di un Emoji Translator, perché dedicato a spiegare alcune emoji più ermetiche e meno utilizzate. L’Ephemeral Historian è il mio preferito: stai ridendo? Pensa all’impatto devastante che le social stories – da Facebook a Instagram, passando da Snapchat – stanno avendo nella mente delle persone e sul concetto di storia. In effetti, le social stories non sono storie: sono frammenti visual o testuali incollati insieme a formare un contenuto più “complesso” (…). Ma non esiste quasi mai una impalcatura narrativa sotto, né una benché minima applicazione dei principi dello Storytelling. Inoltre, si tratta di storie a durata limitata: dopo poco non esistono più, e se non si è stati bravi nello screenshot viene il dubbio che non siano mai esistite. Immagina cosa significherà studiare e insegnare storia tra 10 anni. Un bel delirio, vero? Si parla molto oggi di trainizzare le intelligenze artificiali. I più critici incolpano i grandi colossi come Facebook e Google di chiedere direttamente ai propri utenti (noi!) di farlo gratis: pensa quando perdi le password e ti viene chiesto di identificare tutte le immagini con dei fiori. Secondo te, stai semplicemente superando una prova qualsiasi? 😉 Il termine training mi ha sempre rimandato a un clima agonistico prettamente umano, fatto di campi di gioco e duro allenamento. Nel momento in cui le AI acquisiscono sempre maggiore intelligenza, non mi stupirebbe la necessità di avere psicologi a supporto. Robot Psychologist, appunto. Dal futuro prossimo, al presente orientato al futuro La lista di Brian Solis è naturalmente un contenuto che ad oggi serve solo a divertire, stimolando qualche primo pensiero. Siamo infatti ancora lontani da un futuro in cui certe professioni saranno così necessarie da incontrare un mercato disposte a pagarle per i servizi. Ma in un futuro prossimo, chi può dirlo? In FrancoAngeli desideriamo rimanere ben saldi al presente denso di speranze e di orizzonti: la collana Professioni Digitali è nata per questo 🙂 Digital Entrepreneur, Maker, Social Recruiter, Data Scientist sono stati i primi volumi pubblicati. Con un occhio di riguardo anche alle soft skills fondamentali, come la capacità di raccontarsi in rete attraverso il Personal Storytelling. Ne usciranno altri 2 tra poche settimane, 5 se consideriamo il 31 dicembre 2017 come deadline. Ce ne sarà per tutti i gusti e gli obiettivi professionali: starà a te scegliere quelli più attinenti, e consigliare gli altri ai tuoi contatti in base alle affinità. Se invece hai qualche bella idea per la testa (un titolo, un progetto legato al Future of Work), sentiamoci: hello.albertomaestri[at]gmail.com. Infine, se hai voglia di provare a ipotizzare qualche lavoro in linea con quelli proposti da Brian Solis nella sua checklist, sei il benvenuto con un commento nel thread LinkedIn. Daniela propone Data Smart-Homes’ Cleaner 😀 Buona lettura e in bocca al lupo per la tua carriera! #ProfessioniDigitali  

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Frammenti di #DataScientist, a un mese dal #SASForumMilan 2017

#DataScientist: non si tratta solo di un semplice hashtag, ma di uno dei mestieri più richiesti e di maggiore impatto nel business contemporaneo. Un professionista che, come ogni practitioner di elevato profilo e di futuro certo, si “compone” di un portafoglio di skill, competenze e abilità eterogenee e multi-sfaccettate. Una professione digitale ampiamente analizzata da analisti e giornalisti, di grande appeal anche in Italia. In effetti, Alessandro Giaume – autore per la collana Professioni Digitali di FrancoAngeli del recentissimo #DataScientist – Tra Competitività e Innovazione, ha già messo efficacemente in evidenza la relazione virtuosa tra Big Data e small company. LEGGI ANCHE: Data Scientist. L’anno del contatto tra Scienza e Dati SAS Forum Milan 2017: L’EVENTO per i #DataScientist! La rilevanza del dato e soprattutto degli analytics per i processi di trasformazione digitale di qualsiasi organizzazione contemporanea l’ho percepita con molta chiarezza all’ultimo SAS Forum Milan, tenutosi esattamente un mese fa (l’11 aprile) presso il MiCo di Milano. E anche in quell’occasione, #DataScientist era con me 😉 Entrando nel panel #InnovAction al #SASForumMilan penso: certo che l’house organ @SASitaly e #DataScientist stanno proprio bene insieme! pic.twitter.com/GppdujvjEx — Alberto Maestri® (@AlbertoMaestri) 11 aprile 2017 Durante il Forum, l’Ing. Marco Icardi – Regional Vice President, SAS e chairman dell’incontro – ha parlato in più riprese della strategicità degli analytics per… tutto. Non a caso, il titolo di questa dodicesima edizione era analytics drive everything. Cosa è stato #SASForumMilan 2017? Ce lo racconta in un minuto @marcoicardi7, SAS Regional Vice Presidenthttps://t.co/vLV7zAp3wM — SAS Italy (@SASitaly) 19 aprile 2017 Dalla prefazione di #DataScientist, una lezione di futuro Per “chiudere il cerchio” rispetto al tema analytics e data science, riporto alcune tracce della prefazione che proprio l’Ing. Marco Icardi ha fatto per il libro di Alessandro Giaume. Viviamo in un’epoca di trasformazione accelerata delle nostre modalità di interagire, di utilizzare le cose, dei processi di produzione e della fornitura di servizi, nemmeno immaginabile fino a pochi anni fa, che cambia in maniera profonda le nostre abitudini e la nostra quotidianità. Parliamo di trasformazione digitale che, in modo pervasivo e a livello globale, si inserisce nella nostra esperienza di vita personale e anche negli oggetti che utilizziamo. Digitale è sinonimo di numerico e digitalizzare significa convertire una certa grandezza fisica in cifre, traendo valore dai dati. Per farlo è necessario coinvolgere le persone, digitalizzare la cultura e la mentalità all’interno delle organizzazioni. E sono proprio le persone l’asset su cui fare leva e da cui partire per attuare questa rivoluzione. […] Il digitale introduce cambiamenti in tutti i contesti; rendere disponibili i fondamenti di cultura e di competenza digitale, senza limitarsi agli aspetti tecnici, è fondamentale per creare la consapevolezza necessaria ad affrontarli. Da qui la necessità di parlare di “cultura digitale per il lavoro”, o meglio di Data Scientist, concetto più esteso e diverso dalla cittadinanza digitale e dalle sole competenze necessarie ai professionisti ICT. Inoltre, fornendo a tutti dei fondamenti di “cultura digitale” si apre, in lunga prospettiva e al termine di un impegnativo percorso di crescita, l’opportunità per alcuni di acquisire competenze di e-leadership. L’e-leadership caratterizza una figura che arricchisce la cultura digitale di particolari attitudini riconducibili alla capacità di immaginare il cambiamento, a volte anche in maniera radicale e di contestualizzarlo nell’organizzazione in cui opera. La cultura digitale si può paragonare allora alla cassetta degli attrezzi ormai necessaria in qualsiasi lavoro, e coloro che eccellono nel suo utilizzo rappresentano gli “e-leader”. […] La cultura digitale e la capacità dei Data Scientist di utilizzare il valore dei dati comporta apertura, non solo mentale, ma anche delle aziende a integrare fra loro processi produttivi e di servizio, a condividere competenze, a utilizzare esperienze di settori diversi per massimizzare la capacità di innovazione in tempi brevi. […] Tra tre anni la maggior parte degli investimenti aziendali in tecnologie informatiche sarà destinata ai processi digitali. Se le cifre ci dicono che, seppure lentamente, l’Italia sta uscendo da una crisi che è durata otto anni, ora più che mai è necessario agire per uscire diversi da come siamo entrati e con altre prospettive e priorità. In questo contesto non possiamo che constatare che non esiste più una old economy e una new economy: il digitale è l’aria che tutti noi respiriamo e il digitale è quindi il principale settore in cui investire per una crescita possibile e uno sviluppo equo e sostenibile. […] Penso all’Italia come l’ambiente ideale per valorizzare le possibilità offerte dalla rivoluzione digitale e dai nuovi modelli di business. […] Per tutto il resto, puoi leggere l’anteprima di #DataScientist resa disponibile da FrancoAngeli. Queste parole di grande interesse appena citate, dense di innovazione e piene di speranza, mi sembrano perfette per dare appuntamento al prossimo #SASForumMilan… e in tutte le librerie, reali e virtuali! #DataScientist  

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Quali sono le nuove professioni digitali legate al Content Marketing e allo Storytelling?

Poche settimane fa, ho avuto il piacere di iniziare a raccontare e condividere i principali risultati della survey progettata insieme a Francesco Gavatorta, specialista di Storytelling e co-autore del nuovissimo “Personal Storytelling. Costruire Narrazioni di Sé Efficaci”. La survey rientra all’interno del progetto HyperContent Lab, think thank immaginato insieme per approfondire lo studio del Content Marketing e dello Storytelling. LEGGI ANCHE: Dallo Storytelling Management al Personal Storytelling. Tutti i significati dello Storytelling Content Marketing Survey: il profilo dei rispondenti Aperta per 3 mesi (settembre / dicembre 2016), l’indagine ha visto la partecipazione di 66 rispondenti, divisi tra donne (56,7%) e uomini (43,3%), dipendenti sia di PMI (62,1%, tra cui il 21,6% micro-imprese con meno di 10 collaboratori) che di realtà con più di 250 persone (37,8%). L’anno di nascita medio dei rispondenti è il 1981; tra i job title spiccano Marketing & Communication Manager, Digital Manager, Head of Digital / Head of Content Marketing, Manager of Social Media. Cinque take-aways che impattano le Professioni Digitali… Quali sono i principali risultati della survey sullo stato del Content Marketing digitale in Italia? Di seguito, ne ripercorro sette: Il Content Marketing sui media digitali è (e sarà sempre più) un’attività gestita internamente all’azienda grazie a team dedicati, oppure esternalizzata a partner esterni pur mantenendo un forte e diretto controllo sulla “retta via” da intraprendere. Il Content Marketing è spesso ancora percepito come un gesto creativo fine a sé stesso, invece che una strategia efficace di ingaggio e generazione di lead. La percezione del confine tra Content Marketing e Social Media Marketing non è così netta. Niente di più errato a nostro avviso, come ho avuto modo di ribadire in un recente intervento per la Ninja Academy ripreso efficacemente da un utente su Twitter (@tweeteggi): Il focus del Content Marketing è il contenuto, quello del Social Media Marketing è il canale @AlbertoMaestri #ContentNinjas — Yari (@tweeteggi) 8 February 2017 A dispetto del panorama internazionale che vede una forte spinta verso l’automazione di molte attività (marketing automation), il Content Marketing in Italia rimane di tipo time consuming e people intensive. Ovvero, impiega molte più persone a parità di risultato. Programmatic advertising, bot e VR sono considerati i principali trend digitali a cui prestare attenzione nel 2017. Snapchat, Facebook e Instagram le tre piattaforme di social networking di maggiore interesse. … e le nuove Professioni Digitali all’orizzonte! Pur senza volontà di posizionarsi come una ricerca validata dal punto di vista scientifico, la rilevazione effettuata insieme a Francesco Gavatorta non solo fornisce diversi spunti di interesse per comprendere meglio lo stato dell’arte del digital content marketing in Italia dalla prospettiva privilegiata dei decision maker aziendali, ma delinea anche i principali trend che caratterizzeranno con ogni probabilità il 2017. Si tratta di uno scenario caratterizzato da diversi spunti positivi, nonché da altrettanti margini di miglioramento. LEGGI ANCHE: Il Curriculum Vitae è Morto? La volontà delle aziende e degli stessi decision makers certamente non manca. Si tratta di un aspetto che può essere considerato come necessario e propedeutico all’esplorazione di un territorio nuovo e più complesso e coinvolgente: quello dell’evoluzione dell’azienda in senso “narrativo”. Un passo fondamentale che alcune organizzazioni hanno già compiuto e di cui si sta prendendo sempre più coscienza. In questo, la competenza necessaria a “maneggiare” consapevolmente la metodologia dello storytelling diventa indispensabile: sarà interessante capire quanto alcune figure professionali che si delineano in modo netto all’orizzonte (Brand Journalist, Corporate Storyteller, etc.) e le competenze (comunicazione narrativa, semiotica, etc.) necessarie per muoversi agevolmente su tali territori riusciranno a diventare elementi organici all’interno dei team organizzativi dedicati al contenuto.

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