Emoji Translator, Chatbot Coach e Robot Psychologist: saranno queste le Professioni del Futuro?

Quali saranno le professioni di domani, in questo clima di grande incertezza e forte impatto delle tecnologie di rottura? Questo si domandano da tempo istituzioni, organizzazioni nazionali e internazionali, analisti, funzioni HR di aziende di ogni dimensione.  Una domanda non banale, perché alla base sta una svolta dell’intera società e del funzionamento del sistema economico. Porsela, e soprattutto cercare di rispondervi, diventa quindi non solo lecito ma necessario. Le statistiche del World Economic Forum parlano chiaro: per via dell’AI, delle nanotecnologie, della robotica, verranno persi 5 milioni di posti di lavoro prima del 2020, mentre 2,1 milioni saranno le opportunità create nello stesso momento. Il rischio da evitare è quello di comparare “mele con pere”: ovvero, non è possibile semplicemente compiere la sottrazione 5 – 2.1 = 2.9 (il numero di posti persi da una prospettiva meramente quantitativa) e iniziare la caccia alla strega (in questo caso rappresentata dal paradigma della Industry 4.0); piuttosto, è necessario essere consapevoli che si tratterà di lavori totalmente nuovi. Quasi certamente a maggiore valore aggiunto. Quasi certamente capaci di avere un impatto più deciso sulla società e l’economia. E così via. LEGGI ANCHE: L’intervista di Emanuela Zaccone a Klaus Schwab su startup, imprenditoria, talento e futuro Una provocazione verosimile? Già, si tratta proprio di questo: sto parlando della lista creata da Brian Solis sul tema delle professioni del futuro presentata nell’immagine di copertina. Professioni folli, vero? A prima vista sì, in realtà non del tutto. Porto 3 esempi. Diversi studi provano come quello composto da emoji sia il primo linguaggio potenzialmente universale, ovvero conosciuto e comprensibile da tutti. Nel numero cartaceo di Ferragosto, The Daily Telegraph ha proposto un articolo che sollevava indirettamente il bisogno imminente di un Emoji Translator, perché dedicato a spiegare alcune emoji più ermetiche e meno utilizzate. L’Ephemeral Historian è il mio preferito: stai ridendo? Pensa all’impatto devastante che le social stories – da Facebook a Instagram, passando da Snapchat – stanno avendo nella mente delle persone e sul concetto di storia. In effetti, le social stories non sono storie: sono frammenti visual o testuali incollati insieme a formare un contenuto più “complesso” (…). Ma non esiste quasi mai una impalcatura narrativa sotto, né una benché minima applicazione dei principi dello Storytelling. Inoltre, si tratta di storie a durata limitata: dopo poco non esistono più, e se non si è stati bravi nello screenshot viene il dubbio che non siano mai esistite. Immagina cosa significherà studiare e insegnare storia tra 10 anni. Un bel delirio, vero? Si parla molto oggi di trainizzare le intelligenze artificiali. I più critici incolpano i grandi colossi come Facebook e Google di chiedere direttamente ai propri utenti (noi!) di farlo gratis: pensa quando perdi le password e ti viene chiesto di identificare tutte le immagini con dei fiori. Secondo te, stai semplicemente superando una prova qualsiasi? 😉 Il termine training mi ha sempre rimandato a un clima agonistico prettamente umano, fatto di campi di gioco e duro allenamento. Nel momento in cui le AI acquisiscono sempre maggiore intelligenza, non mi stupirebbe la necessità di avere psicologi a supporto. Robot Psychologist, appunto. Dal futuro prossimo, al presente orientato al futuro La lista di Brian Solis è naturalmente un contenuto che ad oggi serve solo a divertire, stimolando qualche primo pensiero. Siamo infatti ancora lontani da un futuro in cui certe professioni saranno così necessarie da incontrare un mercato disposte a pagarle per i servizi. Ma in un futuro prossimo, chi può dirlo? In FrancoAngeli desideriamo rimanere ben saldi al presente denso di speranze e di orizzonti: la collana Professioni Digitali è nata per questo 🙂 Digital Entrepreneur, Maker, Social Recruiter, Data Scientist sono stati i primi volumi pubblicati. Con un occhio di riguardo anche alle soft skills fondamentali, come la capacità di raccontarsi in rete attraverso il Personal Storytelling. Ne usciranno altri 2 tra poche settimane, 5 se consideriamo il 31 dicembre 2017 come deadline. Ce ne sarà per tutti i gusti e gli obiettivi professionali: starà a te scegliere quelli più attinenti, e consigliare gli altri ai tuoi contatti in base alle affinità. Se invece hai qualche bella idea per la testa (un titolo, un progetto legato al Future of Work), sentiamoci: hello.albertomaestri[at]gmail.com. Infine, se hai voglia di provare a ipotizzare qualche lavoro in linea con quelli proposti da Brian Solis nella sua checklist, sei il benvenuto con un commento nel thread LinkedIn. Daniela propone Data Smart-Homes’ Cleaner 😀 Buona lettura e in bocca al lupo per la tua carriera! #ProfessioniDigitali  

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Frammenti di #DataScientist, a un mese dal #SASForumMilan 2017

#DataScientist: non si tratta solo di un semplice hashtag, ma di uno dei mestieri più richiesti e di maggiore impatto nel business contemporaneo. Un professionista che, come ogni practitioner di elevato profilo e di futuro certo, si “compone” di un portafoglio di skill, competenze e abilità eterogenee e multi-sfaccettate. Una professione digitale ampiamente analizzata da analisti e giornalisti, di grande appeal anche in Italia. In effetti, Alessandro Giaume – autore per la collana Professioni Digitali di FrancoAngeli del recentissimo #DataScientist – Tra Competitività e Innovazione, ha già messo efficacemente in evidenza la relazione virtuosa tra Big Data e small company. LEGGI ANCHE: Data Scientist. L’anno del contatto tra Scienza e Dati SAS Forum Milan 2017: L’EVENTO per i #DataScientist! La rilevanza del dato e soprattutto degli analytics per i processi di trasformazione digitale di qualsiasi organizzazione contemporanea l’ho percepita con molta chiarezza all’ultimo SAS Forum Milan, tenutosi esattamente un mese fa (l’11 aprile) presso il MiCo di Milano. E anche in quell’occasione, #DataScientist era con me 😉 Entrando nel panel #InnovAction al #SASForumMilan penso: certo che l’house organ @SASitaly e #DataScientist stanno proprio bene insieme! pic.twitter.com/GppdujvjEx — Alberto Maestri® (@AlbertoMaestri) 11 aprile 2017 Durante il Forum, l’Ing. Marco Icardi – Regional Vice President, SAS e chairman dell’incontro – ha parlato in più riprese della strategicità degli analytics per… tutto. Non a caso, il titolo di questa dodicesima edizione era analytics drive everything. Cosa è stato #SASForumMilan 2017? Ce lo racconta in un minuto @marcoicardi7, SAS Regional Vice Presidenthttps://t.co/vLV7zAp3wM — SAS Italy (@SASitaly) 19 aprile 2017 Dalla prefazione di #DataScientist, una lezione di futuro Per “chiudere il cerchio” rispetto al tema analytics e data science, riporto alcune tracce della prefazione che proprio l’Ing. Marco Icardi ha fatto per il libro di Alessandro Giaume. Viviamo in un’epoca di trasformazione accelerata delle nostre modalità di interagire, di utilizzare le cose, dei processi di produzione e della fornitura di servizi, nemmeno immaginabile fino a pochi anni fa, che cambia in maniera profonda le nostre abitudini e la nostra quotidianità. Parliamo di trasformazione digitale che, in modo pervasivo e a livello globale, si inserisce nella nostra esperienza di vita personale e anche negli oggetti che utilizziamo. Digitale è sinonimo di numerico e digitalizzare significa convertire una certa grandezza fisica in cifre, traendo valore dai dati. Per farlo è necessario coinvolgere le persone, digitalizzare la cultura e la mentalità all’interno delle organizzazioni. E sono proprio le persone l’asset su cui fare leva e da cui partire per attuare questa rivoluzione. […] Il digitale introduce cambiamenti in tutti i contesti; rendere disponibili i fondamenti di cultura e di competenza digitale, senza limitarsi agli aspetti tecnici, è fondamentale per creare la consapevolezza necessaria ad affrontarli. Da qui la necessità di parlare di “cultura digitale per il lavoro”, o meglio di Data Scientist, concetto più esteso e diverso dalla cittadinanza digitale e dalle sole competenze necessarie ai professionisti ICT. Inoltre, fornendo a tutti dei fondamenti di “cultura digitale” si apre, in lunga prospettiva e al termine di un impegnativo percorso di crescita, l’opportunità per alcuni di acquisire competenze di e-leadership. L’e-leadership caratterizza una figura che arricchisce la cultura digitale di particolari attitudini riconducibili alla capacità di immaginare il cambiamento, a volte anche in maniera radicale e di contestualizzarlo nell’organizzazione in cui opera. La cultura digitale si può paragonare allora alla cassetta degli attrezzi ormai necessaria in qualsiasi lavoro, e coloro che eccellono nel suo utilizzo rappresentano gli “e-leader”. […] La cultura digitale e la capacità dei Data Scientist di utilizzare il valore dei dati comporta apertura, non solo mentale, ma anche delle aziende a integrare fra loro processi produttivi e di servizio, a condividere competenze, a utilizzare esperienze di settori diversi per massimizzare la capacità di innovazione in tempi brevi. […] Tra tre anni la maggior parte degli investimenti aziendali in tecnologie informatiche sarà destinata ai processi digitali. Se le cifre ci dicono che, seppure lentamente, l’Italia sta uscendo da una crisi che è durata otto anni, ora più che mai è necessario agire per uscire diversi da come siamo entrati e con altre prospettive e priorità. In questo contesto non possiamo che constatare che non esiste più una old economy e una new economy: il digitale è l’aria che tutti noi respiriamo e il digitale è quindi il principale settore in cui investire per una crescita possibile e uno sviluppo equo e sostenibile. […] Penso all’Italia come l’ambiente ideale per valorizzare le possibilità offerte dalla rivoluzione digitale e dai nuovi modelli di business. […] Per tutto il resto, puoi leggere l’anteprima di #DataScientist resa disponibile da FrancoAngeli. Queste parole di grande interesse appena citate, dense di innovazione e piene di speranza, mi sembrano perfette per dare appuntamento al prossimo #SASForumMilan… e in tutte le librerie, reali e virtuali! #DataScientist  

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Quali sono le nuove professioni digitali legate al Content Marketing e allo Storytelling?

Poche settimane fa, ho avuto il piacere di iniziare a raccontare e condividere i principali risultati della survey progettata insieme a Francesco Gavatorta, specialista di Storytelling e co-autore del nuovissimo “Personal Storytelling. Costruire Narrazioni di Sé Efficaci”. La survey rientra all’interno del progetto HyperContent Lab, think thank immaginato insieme per approfondire lo studio del Content Marketing e dello Storytelling. LEGGI ANCHE: Dallo Storytelling Management al Personal Storytelling. Tutti i significati dello Storytelling Content Marketing Survey: il profilo dei rispondenti Aperta per 3 mesi (settembre / dicembre 2016), l’indagine ha visto la partecipazione di 66 rispondenti, divisi tra donne (56,7%) e uomini (43,3%), dipendenti sia di PMI (62,1%, tra cui il 21,6% micro-imprese con meno di 10 collaboratori) che di realtà con più di 250 persone (37,8%). L’anno di nascita medio dei rispondenti è il 1981; tra i job title spiccano Marketing & Communication Manager, Digital Manager, Head of Digital / Head of Content Marketing, Manager of Social Media. Cinque take-aways che impattano le Professioni Digitali… Quali sono i principali risultati della survey sullo stato del Content Marketing digitale in Italia? Di seguito, ne ripercorro sette: Il Content Marketing sui media digitali è (e sarà sempre più) un’attività gestita internamente all’azienda grazie a team dedicati, oppure esternalizzata a partner esterni pur mantenendo un forte e diretto controllo sulla “retta via” da intraprendere. Il Content Marketing è spesso ancora percepito come un gesto creativo fine a sé stesso, invece che una strategia efficace di ingaggio e generazione di lead. La percezione del confine tra Content Marketing e Social Media Marketing non è così netta. Niente di più errato a nostro avviso, come ho avuto modo di ribadire in un recente intervento per la Ninja Academy ripreso efficacemente da un utente su Twitter (@tweeteggi): Il focus del Content Marketing è il contenuto, quello del Social Media Marketing è il canale @AlbertoMaestri #ContentNinjas — Yari (@tweeteggi) 8 February 2017 A dispetto del panorama internazionale che vede una forte spinta verso l’automazione di molte attività (marketing automation), il Content Marketing in Italia rimane di tipo time consuming e people intensive. Ovvero, impiega molte più persone a parità di risultato. Programmatic advertising, bot e VR sono considerati i principali trend digitali a cui prestare attenzione nel 2017. Snapchat, Facebook e Instagram le tre piattaforme di social networking di maggiore interesse. … e le nuove Professioni Digitali all’orizzonte! Pur senza volontà di posizionarsi come una ricerca validata dal punto di vista scientifico, la rilevazione effettuata insieme a Francesco Gavatorta non solo fornisce diversi spunti di interesse per comprendere meglio lo stato dell’arte del digital content marketing in Italia dalla prospettiva privilegiata dei decision maker aziendali, ma delinea anche i principali trend che caratterizzeranno con ogni probabilità il 2017. Si tratta di uno scenario caratterizzato da diversi spunti positivi, nonché da altrettanti margini di miglioramento. LEGGI ANCHE: Il Curriculum Vitae è Morto? La volontà delle aziende e degli stessi decision makers certamente non manca. Si tratta di un aspetto che può essere considerato come necessario e propedeutico all’esplorazione di un territorio nuovo e più complesso e coinvolgente: quello dell’evoluzione dell’azienda in senso “narrativo”. Un passo fondamentale che alcune organizzazioni hanno già compiuto e di cui si sta prendendo sempre più coscienza. In questo, la competenza necessaria a “maneggiare” consapevolmente la metodologia dello storytelling diventa indispensabile: sarà interessante capire quanto alcune figure professionali che si delineano in modo netto all’orizzonte (Brand Journalist, Corporate Storyteller, etc.) e le competenze (comunicazione narrativa, semiotica, etc.) necessarie per muoversi agevolmente su tali territori riusciranno a diventare elementi organici all’interno dei team organizzativi dedicati al contenuto.

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