Digital Fundraiser: l’identikit completo di una delle professioni più indispensabili del momento

Del fundraising hanno bisogno tutte le organizzazioni no profit. E la leva digitale ha aperto scenari di interessi per la raccolta fondi. Come svilupparne il potenziale? Il parere di Elena Zanella. L’articolo Digital Fundraiser: l’identikit completo di una delle professioni più indispensabili del momento sembra essere il primo su Ninja Marketing, il punto di riferimento…

Il segreto? Sta nell’Ecosistema: ecco perché le Aziende-Piattaforma creano lavoro

“La grande azienda espelle manodopera. Ma non necessariamente riduce l’occupazione.” Inizia così un interessante articolo di Luca de Biase pubblicato sul proprio blog. Prima di esplicitare cosa sta dietro tale citazione, sottolineo che quanto sto per scrivere in realtà non è solo tipico della grande azienda, ma – volendolo – di tutte le realtà che desiderano il cambiamento. Ma torniamo a noi: scrivevo che, secondo un pensiero di Luca de Biase che riporto in questo pezzo, espellere la manodopera non necessariamente significa ridurre l’occupazione. Come è possibile questa disequazione, che appare a prima vista impossibile? La risposta sta in primis in un neologismo: platfirm. Cosa è una azienda-piattaforma? Il termine, che ho avuto la fortuna di vedere nascere all’interno degli uffici di OpenKnowledge e di vedere poi pubblicato con i colleghi in un allegato cartaceo di Harvard Business Review Italia dedicato alla Platfirm Age, è l’unione di due termini – “platform” e “firm”. “L’aspetto più rilevante è che la piattaforma abilita interazioni fra produttori e consumatori di valore esterni all’impresa – come i casi eclatanti di Airbnb e Uber fanno capire al volo. Questo rappresenta una netta discontinuità rispetto ai modelli economici tradizionali, attivando percorsi non lineari di valorizzazione di cui possono beneficiare in forme diverse sia coloro che entrano nella piattaforma con fini co-produttivi, sia coloro che vi entrano per utilizzarne i servizi. […].  Se l’impresa nasce classicamente per ridurre i costi transazionali di produzione internalizzando e organizzando relazioni e interazioni tra individui e realtà economiche e istituzionali, sottraendole di fatto al coordinamento dei mercati, le tecnologie che sono emerse in questi ultimi decenni, col diminuire i costi delle transazioni, rendono meno efficiente internalizzare le transazioni che, quindi, tornano ad essere negoziate tra “interno” ed “esterno” di ciò che chiamiamo impresa. La messa in questione di questi confini caratterizza la natura e la dinamica di una “Platfirm” che si struttura con un sistema operativo ed organizzativo a piattaforma, aperto attraverso servizi in cloud, connettori esterni come le api e protocolli di identity management. Il nucleo a piattaforma è un’architettura (hardware e software) che funziona da aggregatore (hub) organizzando, in maniera ecosistemica e con effetti di rete, risorse, transazioni, relazioni tra individui e attori diversi (“consumatori”, “professionisti”, “imprese”, “istituzioni”, “business partner” etc) per co-creare valore.” Le aziende-piattaforma si stanno diffondendo in tutto il mondo con una rapidità molto elevata, generando valori difficilmente immaginabili attraverso i business model tradizionali. Non ci credi? Dai un’occhiata ai numeri presentati sotto. Le aziende-piattaforma creano lavoro? Come da incipit. Una bellissima domanda. La mia prospettiva è: sì. Ma va compreso il perché, su cui mi prendo qualche riga in più. Da un lato, sono in tanti a criticare la on demand economy, che si basa sostanzialmente sullo sviluppo e la diffusione proprio delle platfirm. In effetti, Foodora, Deliveroo, Uber (non nella sua “conformazione” italiana), ma anche startup-piattaforme di minori dimensioni legate alla lavanderia a domicilio ed altri servizi indispensabili alla quotidianità di tutti noi, fondano il proprio successo su un “esercito” di persone – studenti, neo-laureati, inoccupati, individui alla ricerca di un arrotondamento di mensilità, etc. – che lavorano con orari molto flessibili (comunicati loro anche con pochissimo anticipo) svolgendo mansioni generalmente operative, come portare prodotti, servizi e persone da un punto all’altro della città. Secondo alcuni analisti, tali piattaforme genererebbero inoccupazione – o meglio, occupazione precaria. Gig economy, appunto. Se però passiamo a una prospettiva lavorativa di tipo “cognitive-intensive”, notiamo che il paradigma delle piattaforme sovverte totalmente questa visione. Tale prospettiva, abbracciata dallo stesso Luca de Biase nell’articolo citato a inizio pezzo, si concentra sul fatto che (per esempio): “[…] la comunità degli sviluppatori è spesso più grande dell’azienda che crea la tecnologia che li accomuna. La Microsoft è l’esempio di questa relazione. Ma la stessa cosa si sta estendendo al mondo delle piattaforme online.” Microsoft è un caso citato, peraltro di azienda-piattaforma di tipo “immigrant” (ovvero, di realtà nata con un assetto organizzativo diverso e più tradizionale, resource-based, trasformata poi nel tempo in una entità aperta ai contributi dell’ecosistema). Ma se nella citazione modificassi questa azienda con Uber, Foodora, Apple, Facebook, e il lavoro dello sviluppatore con altre professioni ad alto contenuto creativo e cognitivo, la sostanza e il messaggio rimarrebbero gli stessi. Riprendendo le parole di Luca De Biase, dunque, siamo di fronte all’interessante paradosso di inizio articolo: “La grande azienda espelle manodopera. Ma non necessariamente riduce l’occupazione.” Indipendentemente che questa azienda sia un Dragone o un Unicorno. Ecco il perché di questo pezzo. Come insieme a Francesco Gavatorta, Alessandro Giaume e Stefano Schiavo abbiamo avuto modo di rimarcare all’edizione reggiana del Creativity Day 2017, infatti, i nuovi paradigmi socio-tecnologici non ruberanno il lavoro in sé, anzi: alcuni profili beneficeranno ampiamente della nuova economia digitale. Ma certamente assisteremo a profonde modifiche delle dinamiche del mercato del lavoro nazionale e internazionale, verso i lavori di maggiore portata cognitiva. Tranquillo: quanto riportato da Brian Solis e che puoi rileggere nella mia analisi “Emoji Translator, Chatbot Coach e Robot Psychologist: saranno queste le Professioni del Futuro?” è eccessivo (per ora). Ma meglio non farsi trovare impreparati, non credi? #ProfessioniDigitali LEGGI ANCHE: Creativity Day 2017: le professioni di domani, raccontate dai protagonisti di oggi

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Customer Experience fa rima con Creatività? NO! Anzi, sì.

Esperienze, esperienze, esperienze. Come ho avuto modo di sottolineare nel mio ultimo libro dedicato alla progettazione di Customer Experience (CX) di marca memorabili, di esperienze, negli ultimi tempi, si è fatto un gran parlare. A volte, anche in modo esagerato ed eccessivo. L’atto di andare al ristorante e godere del servizio di una buona cucina … Continue reading Customer Experience fa rima con Creatività? NO! Anzi, sì.

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Quando il vicino è un micro-influencer (e come capire quanto vale davvero)

I micro-influencer sono in mezzo a noi, e per questo funzionano benissimo. Ma non si muovono solo sui social. Impossibile “misurarli”? Niente affatto, se usi le content analytics

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